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lunedì 15 giugno 2015

Memoria. Addio a Rutilio Sermonti, per 94 anni fedele alla linea


Rutilio Sermonti
Novantaquattro anni fedele alla linea.E’ salito in cielo come una cometa luminosa, a pochi giorni dal Solstizio, Rutilio Sermonti, “militante integrale” di un mondo antico, dove la guerra interiore veniva combattuta accanto a quella autentica, nelle trincee d’Europa.
Scompare ad Ascoli il più controcorrente di una famiglia di creativi, dal genetista Giuseppe al dantista Vittorio. Rutilo fu volontario nella seconda guerra mondiale, decorato con la Croce di Ferro, e donò ai suoi giovani discepoli la storia esemplare del combattente tedesco, che spirando a sedici anni sul fronte orientale, come ultimo sussulto di vita, gridò “Niemals”, “Mai”, estremo invito a non arrendersi e non terminare mai la propria lotta.
Le cronache giudiziarie, in una inchiesta su proclami grotteschi e deliranti di estremisti da tastiera, registravano Rutilio indagato per associazione sovversiva, reato che sarebbe evaporato con il procedere del lavoro degli inquirenti. Un destino che lo vedeva accomunato al grande scrittore non allineato, il Nobel Knut Hamsun, anch’egli perseguitato alla fine dell’esistenza terrena.
La vita di Rutilio dopo la guerra
“Avvocato, paleontologo, zoologo e scrittore. E’ stato – scrive Gianluca Borgatti – presidente dei GRE (Gruppi di Ricerca Ecologica). Ha ricostruito animali preistorici, scritto libri in difesa dell’ambiente (memorabile “Il prezzo della salvezza” scritto a quattro mani con il noto presentatore televisivo Sandro di Pietro), libri di storia e perfino raccolte di fiabe per bambini. Rutilio ha avuto un’intensa e multiforme attività pubblicistica”. Sterminato l’elenco delle sue pubblicazioni, tra cui una monumentale Storia del fascismo, scritta con Pino Rauti e ora ripubblicata da Controcorrente di Napoli.
Fondatore del Msi
In una intervista, il racconto di Sermonti: “Il Movimento è stato fondato da sette giovani: Giorgio Almirante Giacinto Trevisonno, Mario Pazzi, Giovanni Tonelli, Loffredo Gaetani Lovatelli, Giuliano Bracchi e io, in seguito l’ho abbandonato perché troppo dialogante con la Democrazia Cristiana. Il Msi nasce dopo una lunga discussione, decidemmo di fare un partito che partecipasse alla competizione politica contro la Democrazia Cristiana”. Partecipò anche ai Far e al Centro Studi Ordine Nuovo, come fondatore.
Ammiratore di Mussolini
“La grandezza di Mussolini – spiegava Sermonti – era quella di saper affrontare i problemi e utilizzare ciò che aveva a disposizione. Ha usato sindacati e agricoltori e ciò che già c’era, ma ha infuso uno spirito diverso. Lo stato organico è lo stato in cui ogni forza esistente ha la sua funzione, esiste ed è rappresentata: il cervello in un corpo è utile come i piedi. Fare unità, qualcosa che unisce uomini, donne e associazioni e ne fa uno strumento per il bene della nazione”.
Il monito ai giovani
“Per parlare bisogna studiare. Ho saccheggiato tutti i rami del sapere, se non hai una visione ampia diventi una vittima. Per vivere bene devi essere capace di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Altrimenti campi come una lucertola o un lombrico. Noi non ci fidiamo del pensiero. Il libero pensiero non esiste: ci sono 50 modi per alterarlo senza che l’interessato se ne accorga neppure. Se gli interessi di parte sono subordinati a quelli superiori della nazione, anche gli interessi di parte vengono perseguiti in modo lecito e fecondo”

lunedì 8 giugno 2015

Sabato 20 giugno tutti a Roma; chi vuole distruggere la famiglia non passerà

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Roberto Fiore

Il 20 Giugno avrà luogo a Roma una grande manifestazione in difesa della famiglia, contro lo pseudo matrimonio gay, il disegno di legge Cirinnà (che introduce la sovversione della logica, dell’antropologia e del Diritto con l’inedito concetto di “unioni civili”) e l’introduzione dell’ideologia gender nelle scuole.
La manifestazione, aperta a tutti, è organizzata da alcune associazioni, quali Pro Vita, che si battono da anni contro queste follie.
Forza Nuova è su questa trincea dal 1999, dal primo gay pride, per tanti solo una colorita manifestazione di drag-queen, e non ha mai disertato.
Abbiamo sempre tenuto alta l’ attenzione su questi temi, ottenendo che anche la gente comune sapesse che c’è una forza pro famiglia che non fa compromessi con nessuno.
Oggi Forza Nuova promette che su questi temi i nemici d’Italia, i traditori della Fede, gli avvelenatori della nostra gioventù, NON PASSERANNO!

*Segretario nazionale
Forza Nuova

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La Siria non è sola, migliaia di soldati iraniani al fianco di Assad

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La Siria non è sola. Con le nazioni arabe sunnite che da tempo sostengono più o meno direttamente gli islamisti anti-Assad, con l’Europa grande assente e gliStati Uniti attenti a non inimicarsi gli storici alleati sauditi e turchi, ecco che il primo vero e fondamentale aiuto alla Siria giunge da Teheran.
Secondo il quotidiano libanese As-Safir (notizia riportata anche da varie fonti arabe) circa 20 mila soldati sciiti iracheni, libanesi, della Guardia Repubblicana e delle Quds Force iraniane, sarebbero già schierati nell’area calda del conflitto attorno ad Idlib pronti a lanciare un’offensiva al fianco dei soldati del presidente siriano Bashar al-Assad contro i jihadisti che recentemente hanno conquistatoPalmira.
Il Capo di Stato maggiore dell’Esercito siriano, il generale Ali Abdullah Ayyoob, ha visitato le truppe a Idlib nel nord-ovest della Siria confermando che l’offensiva finalizzata a riprendere il controllo della zona Jisr al-Shogour-Idlib è imminente. E avverrà grazie al supporto dei militari inviati da Teheran e comandati, riferisce As-Safir, dal generale iraniano Qasem Soleimani, comandante delle forze speciali dei Guardiani della Rivoluzione, l’uomo che gli stessi statunitensi soltanto due anni fa giudicavano il più potente di tutto il Medio Oriente. Soltanto pochi giorni fa Soleimani aveva dichiarato: “Il mondo sarà sorpreso da ciò che noi e la leadership militare siriana stiamo preparando per i prossimi giorni”.
Come è noto Iran e Siria hanno uno storico patto di mutua difesa che può essere ufficialmente attivata soltanto se un’altra nazione prende parte al conflitto interno a uno dei due Stati. Se l’avanzata dell’Isis, giunto fino alle porte di Damasco, poteva non bastare per giustificare l’invio di militari sul campo siriano da parte di Teheran, il sostegno sempre più manifesto della Turchia agli islamisti anti-Assad può essere la carta che l’Iran proverà a giocarsi per giustificare il proprio legittimo intervento nel caso di probabili proteste internazionali. E’ del tutto evidente che sarebbe difficile per chiunque mettere in dubbio la legittimità o meno dell’ingerenza iraniana, che apparirebbe comunque conseguenziale alle ormai continue mosse sul campo da parte di Arabia Saudita, Qatar e in particolare della Turchia.
In ogni caso l’Iran non può permettersi di assistere inerte, a prescindere dagli accordi internazionali, all’avanzata dell’Isis verso la costa siriana e le zone militarmente più strategiche e decisive per le sorti della guerra. In particolare è vitale per Assad e per l’Iran stesso salvaguardare il corridoio che connette Damasco a Latakia e Tartus, ovvero, in ordine, il principale porto siriano e la città che ospita l’unica base navale russa del Mediterraneo. E se Teheran non sta a guardare, difficilmente Mosca assisterà in silenzio all’avanzata dell’Isis verso la costa. Inutile poi specificare quanto sarebbe grave per l’Europa stessa permettere ai jihadisti di controllare l’accesso ai porti del Mediterraneo orientale. Il conflitto si complica ulteriormente quindi, ma una cosa è certa oggi più che mai: la Siria non è la Libia, la Siria non è sola.

I record dell'Ungheria a dispetto della UE

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In Ungheria l’inflazione e’ tornata al livello piu’ basso della sua storia economica, raggiunto nel 1974, in pieno regime socialista e nel quadro del Comecon. Questo successo e’ stato ottenuto proprio ignorando le pressanti raccomandazioni di Bruxelles.
Secondo il nostro commentatore Petr Iskenderov sembra che per far funzionare l’economia e’ meglio tenersi alla larga dall’Unione Europea.
Il tasso di inflazione dell’1,3% ha stupito finanche gli esperti locali che avevano pronosticato massimo l’1,7% dopo che in agosto era stato toccato l’1,8%. Possibile che le misure anticrisi di Bruxelles hanno avuto finalmente successo?
Tutto il contrario. Il cosiddetto rigore di bilancio e il controllo della Bce non c’entrano. Anzi.
Ognuno e’ libero di pensarla a suo modo sulla politica del primo ministro Viktor Orban, comunque bisogna riconoscergli una particolare coerenza economica. Lui ha fatto la sua scelta e la persegue nonostante gli ammonimenti di Bruxelles.
Per esempio ha ridotto del 10% le tariffe del gas, dell’elettricita’ e del riscaldamento nonostante gli venisse fortemente sconsigliato. Tanto che Bruxelles aveva accusato l’Ungheria di violare le leggi di mercato.
Eppure nonostante tutto Budapest e’ riuscita a contenere il deficit di bilancio nell’ambito del 3% richiesto dall’Unione Europea. Dice il professor Boris Rubzov:
Tutto cio’ dimostra che in certi casi i paesi europei fanno bene a difendere la propria sovranita’ in campo monetario e creditizio. Ovviamente bisogna valutare ogni situazione concreta. Non per niente diversi paesi dell’Est europeo non ardono dal desiderio di entrare nella zona euro.
Il cosiddetto miracolo magiaro dovrebbe portare a riconsiderare certe concezioni globali e in particolare il ruolo e la collocazione dell’Europa dell’Est.

Parla il leader di Alba Dorata, Michaloliakos: “La galera? Me ne frego”

Alba Dorata



Me ne frego della galera”. Quando gli si chiede della sua esperienza in carcere, Nikolaos Michaloliakos cita direttamente un motto italiano e non solo per cortesia nei confronti del Primato Nazionale che lo sta intervistando. Arrestato il 28 settembre 2013 e scarcerato solo il 19 marzo 2015 per decorrenza dei termini massimi per la carcerazione preventiva, il leader di Alba Dorata mostra un invidiabile entusiasmo nei confronti del futuro. E quando si parla delle prospettive del movimento nazionalista ellenico che vive tuttora un pesante assedio tanto dall’estrema sinistra che dalla magistratura, replica sereno: “Io credo che vinceremo”.
Innanzitutto come sta? Come è stata l’esperienza della carcerazione?
Sto molto bene e vi ringrazio per la vostra domanda. Quando ci si trova in carcere per le proprie idee, nonostante la privazione della libertà, si considera questo come un titolo d’onore. Mi avete chiesto come è stata l’esperienza del carcere. Vi risponderò con un vecchio motto italiano: “Me ne frego della galera”. L’esperienza del carcere è molto utile per tutti quelli che oggi, in questi tempi duri di declino culturale e non solo, stanno lottando per l’idea nazionale. Sentivo dentro di me, e lo sento ancora, di stare subendo un’ingiustizia, che non è diversa da quella che subisce ora l’Europa e le sue nazioni. Viviamo nei tempi della decadenza dell’Occidente, e quello che noi dobbiamo fare prima di ogni altra cosa è restare in piedi tra le rovine, tra le rovine delle anime e delle coscienze. Viviamo in un momento in cui il potere demoniaco dell’economia batte inesorabilmente le idee. Ma purtroppo per loro, oggi ci sono ancora delle persone con delle idee. E, sfortunatamente per loro, queste persone sono nazionaliste.
Il suo movimento sta affrontando un duro processo. Vi accusano di aver costituito un’associazione segreta parallela al partito “ufficiale”, dedita esclusivamente alla violenza. Cosa risponderete in tribunale?
È vero, è iniziato un processo in cui io e altri deputati e militanti di Alba Dorata siamo accusati. Non ci sono perè elementi che mostrano che ci sia un’organizzazione criminale. Io non devo rispondere per questa accusa. È tutto chiaro, le prove parlano da sole. Vi dico solo che nessuno dai deputati di Alba Dorata è accusato per coinvolgimento in atti criminali. L’unico elemento a nostro carico è la nostra ideologia. Si tratta di un processo contro le idee, è una persecuzione ideologica. Ma io credo che vinceremo.
Mentre lei e l’intera dirigenza del partito eravate in carcere, Alba Dorata ha sostanzialmente confermato il suo risultato elettorale, sorprendendo tutti. Come si spiega questo successo?
Per noi non è stata una sorpresa. L’unico risultato che i nostri nemici hanno conseguito è stato aumentare le nostre percentuali, come abbiamo visto alle elezioni Europee, quando abbiamo preso quasi 10%. La spiegazione per questo successo è semplice. Noi, anche in carcere, siamo stati fedeli nelle nostre idee e abbiamo ispirato migliaia di attivisti di Alba Dorata, che hanno dato vita a una bellissima battaglia politica contro tutti. Il solo fatto che la dirigenza del movimento era in carcere e tutte i media ci avevano oscurato mostra che le nostre idee sono forti e vanno contro la brutalità e la tirannia della globalizzazione. La spiegazione di questo successo è semplice: è la forza delle nostre idee.
Nella malaugurata ipotesi che il processo andasse male, crede che questo potrebbe portare alla fine di Alba Dorata?
Siate certi che questo processo andrà bene per noi in qualsiasi circostanza. La grandissima ingiustizia e la cospirazione politica contro di noi diventerà pubblica e rafforzerà in tutti i modi Alba Dorata.
Come giudica questa prima fase del governo di Tsipras?
Il governo Tsipras è costituita da molti ex comunisti che oggi, nonostante grandi parole, si sono già messi d’accordo con il regime capitalista mondiale. Governano da diversi mesi e non hanno fatto assolutamente niente. In realtà continuano la stessa politica del governo precedente, mostrando che tutte le nazioni d’Europa sono schiave degli usurai. Tutto questo proverà che i marxisti sono dei fossili della storia e non possono fare nulla contro la tempesta della globalizzazione.
Ha qualche messaggio in particolare per l’opinione pubblica italiana?
Io vi mando i miei saluti di cuore, e dico che la nostra battaglia e la loro battaglia non è solo per la Grecia o l’Italia, ma è una battaglia della nostra stirpe per la tradizione e la cultura, una cultura che è nata nella Grecia antica ed è diventata grandissima a Roma. Oggi questa cultura è minacciata da una forza che vuole trasformare il mondo intero in una massa apolide.

mercoledì 27 maggio 2015

La famiglia è il più grande nemico del mercato globale. Per questo la odiano.


famiglia


Nella biblioteca di una nota scuola di business un giovane universitario compila nervosamente il suo Curriculum Vitae. Appena sotto il proprio nome ha aggiunto: “celibe”. Incuriosito, un amico gli domanda il perché di quell’informazione specifica. Il giovane, come sorpreso dall’ingenuità della domanda, replica che spera, in tale modo, di aumentare le chances di essere assunto: “Se non hai famiglia, l’azienda sa che sei più flessibile in termini di orari e di spostamenti. Così hai più possibilità di essere selezionato”. Risposta emblema di quella mutazione socio-economica che potremmo riassumere così: dal “tengo famiglia” al “non tengo famiglia”. Da principio e fine dell’agire economico a deprecabile fardello e impedimento.
Con un’affermazione forse ardita, potremmo dire che oggigiorno la famiglia, economicamente intesa come prima scuola di solidarietà e di ponderato uso delle risorse, è un elemento eversivo, nel senso che è estranea ai meccanismi che regolano il mercato globale. Infatti, la naturale propensione al risparmio e la struttura solidaristica del focolare domestico mal si conciliano con un sistema economico costruito su una spesa consumistica senza limiti e fondato su uno spirito di competizione esasperante. Inoltre, i tempi e le logiche della vita familiare sono incompatibili con i – troppo spesso – massacranti ritmi di lavoro imposti dal mercato, da accettare docilmente pena il benservito per mancanza di competitività. Come suggerisce l’episodio (reale) del giovane studente alle prese con il curriculum, in Occidente il non tenere famiglia è divenuto un vero e proprio vantaggio competitivo. Ma come si è potuti arrivare al “non tengo famiglia”? L’economista americano Steven Horwitz fornisce una spiegazione alla questione chiara e sistematica che, probabilmente a sua insaputa, riprende quanto già preconizzato dai due amici scrittori Chesterton e Belloc all’inizio del Novecento. Secondo Horwitz, l’evoluzione della famiglia può interpretarsi come un movimento dal nucleo familiare propriamente inteso verso il mercato (in inglese “from the household to the market”), cominciato con quell’industrializzazione che segnò l’avvento dei moderni sistemi di produzione. Nell’era pre-industriale era la famiglia (o al più le corporazioni nel contesto urbano) e non la fabbrica a rappresentare l’unità produttiva fondamentale e la stessa produzione, agricola nelle campagne e artigianale nei centri urbani, era orientata alla sussistenza e non alla “crescita”. Inoltre, data la scarsità di capitale tecnologico, l’attività economica dipendeva crucialmente dalla manodopera, da cui conseguiva che una figliolanza numerosa fosse altamente desiderabile, anche come garanzia in vista della vecchiaia. “Domus” e “labor” costituivano, pertanto, un binomio inscindibile. Come scrive Chesterton, fu l’avvento del sistema capitalista, con l’affermazione del lavoro salariato, “a far sì che gli uomini abbandonassero le loro case per cercare lavoro” e che vivessero “vicino alle loro fabbriche o alle loro ditte invece che alle loro famiglie”. Venuto meno il legame tra “domus” et “labor”, venne meno anche la funzione originaria del nucleo familiare che, da unità produttiva fondamentale del sistema economico, è stata progressivamente declassata a passivo e borghese centro di consumo. Il lavoro salariato, oltre a incarnare la frattura tra tra “produzione” e “proprietà”, contribuì ad alimentare una concezione individualistica del sistema economico dal momento che rendeva possibile sopravvivere al di fuori della famiglia o di un gruppo socio-economico (quale, appunto, le corporazioni), vendendo il proprio lavoro al miglior offerente (da qui il movimento verso il mercato sopracitato). E infatti, nel sistema economico odierno, ciò che conta economicamente non è la famiglia, bensì l’individuo (o meglio il consumatore), come dimostra anche la scarsissima attenzione prestata in genere alla prima nei corsi universitari di economia (piccola nota autobiografica: il professore di Economia Aziendale eliminò dal programma d’esame il capitolo relativo alla famiglia liquidandolo come “di scarsa importanza”). Nefasta miopia se si considera che le imprese a conduzione familiare sono ancora il fondamento e il vanto di un’economia quale quella italiana, per quanto vengano spesso criticate per l’inefficienza che sarebbe insita a quello che viene ossimoricamente chiamato – alla luce di quanto discusso sopra – “capitalismo familiare”. La stessa ossessione per il consumo nasce da questa separazione tra “domus” e “labor” che ha mutato radicalmente il fine dell’agire economico: non più una ragionevole sussistenza bensì la crescita infinita, costruita sullo spasmodico aumento dei consumi tipico della società di massa. Una famiglia che risparmia è un pericoloso corpo estraneo in un sistema economico che concepisce i figli non più come una risorsa e una benedizione ma come un lusso (perché allevare un figlio nella società dei consumi “costa quanto una Ferrari”, recitava uno studio di qualche tempo fa) e come un ostacolo alla competitività lavorativa (vedi l’inquietante caso della Apple e di Facebook che hanno proposto alle loro giovani impiegate di congelare i propri ovuli per rimandare la gravidanza il più possibile).
Per concludere, come nota il filosofo francese Fabrice Hadjadj, la famiglia è anarchica perché è anteriore, oltre che al diritto e allo Stato, anche al Mercato. E in un sistema economico onnivoro e totalizzante, che non conosce regole se non quelle del profitto, questa anarchia, che segue altre logiche, si risolve in un amaro paradosso: la famiglia è il nemico numero uno del mercato globale.

Atene, bomba contro Alba Dorata




Atene, 22 mag – Una bomba è esplosa ieri mattina nella struttura Aithrio – palazzo adibito a uffici – a Marousi, distretto di Atene.
L’attentato, diretto contro un attivista del partitoAlba Dorata – che adesso si trova in ospedale per le ustioni causate dall’esplosione – era stato dallo stesso denunciato alle autorità di polizia locale, a seguito delle continue minacce ricevute, senza che alcuna misura precauzionale di sicurezza venisse messa in atto.
Paradossale se si pensa che le minacce nei suoi confronti erano state anticipate qualche giorno prima con un vero e proprio volantinaggio. Ancora più paradossale considerato che 72 tra deputati e membri di Alba Dorata erano stati trattenuti in carcere “preventivamente”, dal 2013, in attesa di essere sottoposti a processo per associazione a delinquere.
L’esplosione di ieri mattina, lungi dall’essere un caso isolato, rappresenta un’escalation di violenza nei confronti del partito greco. Venerdì 15 maggio, infatti, durante lo svolgimento del processo nei confronti dei membri di Alba Dorata, una decina di autonomi hanno fatto irruzione nell’aula del tribunale, lanciando bottiglie contro gli avvocati e i testimoni e urlando slogan di minaccia.
Anche in quell’occasione nessuna misura di sicurezza è riuscita a fermare l’attacco premeditato.
La polizia, inizialmente restìa ad intervenire, ha aspettato che uno degli avvocati venisse preso a pugni prima di contrastare l’irruzione. Resta ancora un mistero come sia stato possibile l’ingresso in aula in un processo classificato ad “alto rischio”.
Appare invece evidente come la democratica Grecia di Tsipras, più che assicurarsi della dovuta partecipazione alla compagine governativa di Alba Dorata – che ricordiamo ha confermato il suo peso politico nella tornata elettorale di gennaio, rimanendo abbondantemente oltre il 6% – stia semplicemente consegnando all’oblio e al silenzio episodi di violenza che evidentemente ritiene giustificabili o quanto meno non degni di importanza.

domenica 17 maggio 2015

Importante avanzata delle forze siriane lungo l'arteria stradale che unisce Latakia ad Aleppo



L'Esercito siriano, la milizia NDF e i volontari del Partito Socialista della Nazione Siriana (SSNP)hanno proseguito le loro operazioni al confine fra le province di Latakia e Idlib, in particolare attorno alla cittadina di Ghanam. I combattimenti hanno visto le forze di Assad avere la meglio in numerosi scontri e liberare nuove località dalla presenza di gruppi terroristi.

Esattamente una settimana dopo la conquista di Ruweysat al-Ghanam Esercito e formazioni ausiliarie hanno esteso il loro controllo a numerosi importanti punti dell'autostrada M-4 che collega Latakia con Aleppo.

Murtafa al-Zaynounah, Jourah Mufarah al-Rashwan, Ruweysat al-Mumlouha, Ruweysat Jourah al-Zaaterah e Ruweysat Jourah al-Madourah sono tutti nomi di posizioni ora saldamente controllate dalle forze governative, che si riordinano preparandosi a nuove offensive e nuove avanzate.

Riforma Renzi vs riforma Gentile: quando la scuola forgiava uomini

Negli ultimi tempi si fa un gran parlare di scuola, anzi della cosiddetta “buona scuola” di Matteo Renzi, che, a dispetto della pretenziosa definizione, altro non rappresenta se non l’ultimo colpo di scure alla già disastrata situazione scolastica e universitaria italiana.
Non a caso si sono potuti apprezzare recentementeinterventi che mettono in risalto le contraddizioni dell’artificio renziano, rievocando invece alla memoria gli indiscutibili meriti della Riforma Gentile. L’architettura di questa riforma, malgrado le “picconate” inferte nel dopoguerra da ministri d’ogni colore e confessione, per fortuna tiene ancora botta, continuando a formare quelli che sono tra i migliori studenti d’Europa, se non del pianeta. Non è infatti un caso che i nostri giovani laureati, in virtù delle loro indiscutibili capacità e della loro eccellente cultura, siano richiesti dalle istituzioni di mezzo mondo, tanto da causare la famigerata “fuga dei cervelli”.
Ad ogni modo, non credo si sia ancora ben compreso, al di là dell’impalcatura organizzativa (pur meritevole del massimo interesse), il genuino spirito informatore della Riforma Gentile.
Bisogna dunque partire da due dati fondamentali: 1) la scuola di Gentile voleva essere e fu la scuola della vita, di una cultura che fosse dinamica vita spirituale, mentre la scuola odierna concepisce la cultura sotto forma museale; 2) la scuola di Renzi vuole distribuire nozioni e istruire tecnici senz’anima, la scuola gentiliana voleva invece educare uomini e forgiare caratteri. Se non si colgono questi aspetti, della Riforma Gentile e della crisi attuale non si capirà mai nulla.
Del resto non poteva essere altrimenti: la scuola di Renzi vuole importare in Italia il modello anglosassone, cioè aziendale, ultra-specialistico e utilitaristico, laddove Gentile si ispirava all’ideale incarnato dai grandi pedagoghi dell’Umanesimo italiano. Renzi vuole manager automatizzati, Gentile voleva al contrario cittadini consapevoli del loro valore e del loro destino. Si tratta dunque di uno spartiacque di civiltà. Proprio perché la scuola è (o, almeno, dovrebbe essere) la fucina delle generazioni di domani.
Si profila dunque una distinzione fondamentale tra istruzione (liberal-renziana) ed educazione(gentiliana e idealista). Ovverosia tra un modello di scuola che si limita a riempire teste e a distribuire nozioni e, di contro, un ideale di insegnamento volto, come detto, a formare uomini e a forgiare caratteri. Lo aveva ben capito l’umanista Montaigne: “Mieux vaut une tête bien faite qu’une tête bien pleine”, cioè “è meglio una testa ben formata che una testa solamente piena”.
Di qui, peraltro, la differenza tra erudizione e cultura, tra sapere meccanico e sapere organico: l’ideale gentiliano è un ideale di cultura che è intesa come formazione, comeeducazione nel senso etimologico del termine, cioè dal latino e-duco, “condurre fuori”. Il che significa suscitare ed alimentare energie, accompagnare lo studente fuori dagli angusti confini del sapere preconfezionato (il manuale o il monologo del docente) verso una superiore consapevolezza delle proprie qualità intellettuali. Da tutto ciò deriva, pertanto, l’alto valore etico e la dimensione per così dire eroica e trasfigurante della pedagogia gentiliana. Una cultura, cioè, che diviene costruzione di sé stessi, auto-formazione etica (e perciò politica), dovere e gioia. La scuola dei cittadini di una comunità organica di destino, dunque, contro la scuola degli automi e dei boy scout.
Alcune avvertenze sono però d’obbligo: si accusa spesso la scuola gentiliana di essere “autoritaria” e “difficile”. L’autorità o, meglio, l’autorevolezza del maestro era effettivamente un cardine fondamentale di quella scuola: e non poteva essere altrimenti visto che i professori avevano il delicatissimo compito di educare i cittadini di domani, invece di essere gli amiconi sessantottini di ogni somaro “che va capito” e d’ogni scanzafatiche protetto e coccolato da mamme ultra-apprensive e castranti.
Eppure il maestro non era affatto il tiranno che bacchettava le mani e scudisciava i deretani dei poveri studenti neghittosi (pratica del resto molto più gesuita che non gentiliana). Il professore ideale di Gentile era invece quel maestro che sapeva porsi in rapporto dialettico con i discenti: doveva cioè essere al contempo docente e discepolo, suscitatore di energie intellettuali e ricettore di vita spirituale. Per la riforma gentiliana era quindi necessario riaccendere nella scuola la fede nelle forze spontanee dello spirito, e di assegnare di nuovo ad essa come fine non già l’enciclopedia o l’immediata utilità, bensì la formazione della personalità del discente. Occorreva dunque riaffiatare la scuola con la vita, della quale doveva essere prosecuzione e consapevole approfondimento, non già negazione.
E arriviamo al secondo punto: la scuola gentiliana era “difficile”? Sì, lo era, e a buon ragione!Formazione e selezione, infatti, vanno di pari passo. Meglio formare e mandare avanti pochi studenti capaci e volenterosi che, attraverso una scuola “facile”, creare un esercito spropositato di diplomati e laureati, la cui maggior parte non potrà che affollare ineluttabilmente le schiere del cosiddetto “proletariato intellettuale”. Per i non adatti agli studi superiori, infatti, saranno sempre meglio qualificate scuole di tirocinio lavorativo per imparare quei mestieri degnissimi che qualche idiota continua a qualificare come “lavori che gli italiani non vogliono più fare”. E questo sarà comunque sempre meglio di ulteriori cinque di anni di sbadigli, “seghe” e tremori pre-esami in cui, come recita una famosa canzone, “tuo padre sembra Dante e tuo fratello Ariosto”.
L’ultima obiezione corrente alla scuola gentiliana è la più pericolosa: questa scuola era troppo “umanistica”, si dice, cioè fondata sugli studi umanistici (la letteratura, la storia, la poesia, la filosofia). È vero che il pregiudizio – tutto liberale, borghese e progressista – degli studi umanistici come “vero” sapere contrapposto ai mestieri manuali da “vile plebaglia” è quanto di più turpe e razzista si possa concepire. Eppure è da affermare con forza che l’umanesimo di Gentile non era quello di Umberto EcoBarbara Spinelli e Selvaggia Lucarelli, la quale ha recentemente sostenuto su facebook di “aver studiato proprio per non dover fare l’operaia”. No, signori, la cultura, per Giovanni Gentile, non è affatto un’arma raffinata da sfoderare nelle discussioni da salotto, né abbellimento retorico o consolazione dell’anima. Tutt’al contrario, la cultura ha ragione di esistere solo e nella misura in cui serve a “coltivare” sé stessi, a plasmare il proprio carattere, a orientare il proprio destino e a partecipare dello stesso “sentimento del mondo” della propria comunità nazionale.
D’altra parte la scuola renziana sotto quest’aspetto è schizofrenica: la cultura umanistica è, per un verso, la torre d’avorio degli intellettualoidi da talk show buonisti e, per un altro, un’anticaglia da sacrificare sull’altare delle scienze naturali, tecniche, “utili”. Ma – si badi bene – qui non si tratta di resuscitare la vecchia questione, peraltro mal posta, se sia preferibile la cultura umanistica o la cultura scientifica, se sia più “utile” l’esprit de géométrie o l’esprit de finesse. Non è questo il punto: il punto, semmai, è che Gentile aveva perfettamente capito che la letteratura, la filosofia, la storia, ecc. devono essere, nelle scuole di ogni ordine e grado (senza distinzioni razziste di classe), la fonte della coscienza civile delle giovani generazioni.
Accantonando il sapere umanistico non si fa che distruggere il patrimonio culturale di un popolo, il quale si è formato lungo i secoli nel pensiero e nella passione dei grandi poeti, scienziati, filosofi e condottieri dell’Italia antica, medievale, rinascimentale e risorgimentale. La “buona scuola” di Renzi altro non rappresenta che l’annientamento del nostro patrimonio memoriale. E un popolo senza storia è un popolo senza futuro. Una nazione senza origine è una nazione senza destino. Un destino che oggi, grazie agli insegnamenti di un gigante come Giovanni Gentile, abbiamo il diritto e soprattutto il dovere di riprenderci.

martedì 5 maggio 2015

Bobby Sands: il cuore e l'anima della rivoluzione irlandese

La protesta che investì il complesso penitenziario di Long Kesh, collocato vicino Belfast, iniziò a divampare nel 1977, quando gli oltre trecento detenuti irlandesi, tutti prigionieri politici repubblicani incarcerati per reati consumati contro l’occupazione britannica, considerati volutamente dalle autorità penitenziarie alla stregua dei detenuti comuni, decisero di rifiutarsi di indossare la tenuta carceraria che li equiparava ai criminali comuni per rivendicare, in quanto militanti nazionalisti, il riconoscimento della loro condizione reale di prigionieri politici.
La blanket protest aveva anche lo scopo di fare giungere all’esterno del carcere notizie sulla reale situazione nella quale versavano i detenuti e sui continui e pesanti maltrattamenti fisici e sulle perduranti violazioni della dignità personale che i prigionieri nazionalisti erano costretti a subire in quanto tali.
Maltrattamenti, pestaggi, “terapie” di correzione che a malapena mascheravano gli sfoghi delle guardie (tutte protestanti e ‘lealiste’, quindi torturatori volontari) che, con il beneplacito dell’amministrazione carceraria, potevano accanirsi senza riguardo alcuno contro i prigionieri repubblicani: “La tortura era una di quelle cose cui avevamo imparato ad abituarci. In realtà avevamo dovuto abituarci (…) non sapevamo mai quale porta avrebbero aperto, chi di noi avrebbero trascinato fuori dalla cella e pestato senza pietà.”Nudi come dei vermi, si coprivano solamente le parti intime con un asciugamano, i prigionieri, vista l’indifferenza glaciale dei carcerieri, furono costretti ad inasprire la protesta passando successivamente alla dirty protest ovvero cominciarono a rifiutarsi di radersi, di farsi tagliare i capelli, di lavarsi e infine si opposero allo svuotamento quotidiano dei buglioli, presenti nelle celle, che contenevano i loro escrementi.
La feroce perfidia delle guardie arrivò al punto di trovare divertimento, ogni mattina, nell’irrompere nelle celle e rovesciare sul pavimento, con un calcio, il contenuto dei buglioli.
Così tutti i giorni, per settimane. Le celle erano diventate delle squallide e sudice fogne dove, a denti stretti, continuava la resistenza dei prigionieri: “Ci sono diversi modi per scuoiare un animale e, nel nostro caso, per tentare di spezzare la resistenza di un prigioniero di guerra.”
Le guardie, sempre tutelate e incitate dalle autorità, si misero d’impegno per piegare la protesta dei blanketmen diminuendo le già ridotte razioni di cibo e utilizzando alimenti avariati, aumentando il numero delle irruzioni nelle celle, sia di giorno che nella notte, per gli ormai divenuti consueti pestaggi e per le degradanti perquisizioni corporali nelle parti intime che precedevano i pestaggi.
A fronte di quelle continue umiliazioni i prigionieri trovarono lo stesso il conforto necessario nella certezza della vittoria, proclamando orgogliosamente “il nostro giorno verrà”, e lo proclamarono in gaelico: Tiocfaidh ar là!
Quando venne permesso all’arcivescovo cattolico Thomas O’Fiaich di visitare i prigionieri lo squallido spettacolo che si presentò agli occhi del prelato fu così sconvolgente da lasciarlo profondamente turbato: “Lasciando da parte l’essere umano, difficilmente si lascerebbe vivere un animale in tali condizioni. L’immagine che più si avvicina a ciò che ho visto è quella delle centinaia di homeless che vivono nelle fogne di Calcutta.” Lo stesso turbamento, però, non scalfì la ferrea arroganza britannica.
I prigionieri avanzarono, allora, al Governo britannico una serie di richieste politiche che se concesse avrebbero posto fine alla protesta. Richiesero che ai prigionieri repubblicani fosse garantito il diritto ad indossare i propri indumenti anziché la tenuta carceraria, non fossero obbligati al lavoro carcerario, fosse loro garantita la possibilità di ricevere una visita e una lettera settimanalmente, fosse loro permesso di unirsi con gli altri prigionieri durante l’ora d’aria e, infine, che potessero usufruire anche loro degli sconti di pena al pari dei detenuti comuni. Il Governo britannico rispose che non avrebbe mai trattato con dei terroristi e, pertanto, avrebbe rigettato le richieste. Per questi motivi e visto il perdurare dell’indifferenza dell’amministrazione politica inglese, che non si sentiva minimamente colpita dalla campagna di controinformazione che dall’esterno gettava logicamente discredito su di essa, il consiglio politico dei prigionieri decise, dietro indicazione strategica dell’IRA, di alzare ancor di più il tono della protesta adottando la forma più estrema e radicale che si potesse immaginare: lo sciopero della fame.
Il primo prigioniero ad iniziare la nuova protesta sarà Brendan Hughes, comandante dei prigionieri repubblicani di Long Kesh, lo seguiranno a ruota altri sette detenuti.
Queste prime proteste durano poco — pur sempre una cinquantina di giorni che ridussero i prigionieri in fin di vita — perché gli inglesi, barando, fecero trapelare la notizia di una possibilità di intesa riguardo alle richieste. Ma si trattò solamente di una delle solite vigliaccate inglesi. Non rimaneva, a questo punto, per gli avviliti prigionieri altra scelta che riprendere con decisione la protesta e portarla fino alle estreme conseguenze.
Toccherà, per sua libera scelta, ad un giovane prigioniero di nome Bobby Sands diventare il protagonista e il simbolo di tutti gli hunger strikers.
Bobby Sands era un volontario dell’IRA a tutti gli effetti, si era voluto arruolare nel 1972 dopo che aveva provato sulla propria pelle e su quella della famiglia le angherie e i soprusi dell’occupazione britannica, le discriminazioni e le intimidazioni degli attivisti protestanti e soprattutto il particolare senso della ‘giustizia’ degli inglesi. Era arrivato a Long Kesh, “ospite” nei famigerati H-Blocks verso la fine del 1977 per scontare una condanna a 14 anni di reclusione per partecipazione ad azioni di terrorismo, fu quindi automaticamente solidale e partecipe con gli altri prigionieri nello svolgimento della protesta per i diritti politici. In carcere irrobustirà la propria formazione politica e culturale e si impegnerà, anche, nello studio del gaelico e il 1 marzo del 1981 deciderà di donare integralmente sé stesso alla causa del suo popolo, per la liberazione dell’Irlanda, per denunciare a tutto il mondo i crimini britannici in terra irlandese.
Inizierà così lo sciopero della fame ad oltranza di Bobby Sands che, per la generosità del suo gesto e la bontà della fede che albergava nel suo grande cuore, diventerà il simbolo della sofferenza irlandese e la bandiera del riscatto nazionale: “Accettare lo status di criminale significherebbe degradare me stesso e ammettere che la causa in cui credo e di cui mi nutro è sbagliata. Quando penso agli uomini e donne che hanno sacrificato la loro vita, le mie sofferenze mi sembrano insignificanti. Ci sono stati molti tentativi per piegare la mia volontà, ma ognuno di questi tentativi mi ha reso ancora più determinato.”
Il Governo britannico, allora guidato dalla Margaret Thatcher, manifestò imperterrito tutto il suo cinico disprezzo nei confronti degli hunger strikers, nonostante che il valore della protesta avesse ormai già varcato i confini dell’Irlanda del Nord e generasse, ovunque, commozione e solidarietà.
L’opinione delle autorità britanniche consistette nell’affermare che se dei “terroristi” avevano deciso di morire di fame, allora potevano pure tranquillamente farlo, con la “benedizione” di Sua Maestà.
Eppure, grazie alla grande solidarietà del movimento repubblicano e agli sforzi del Sinn Fein, guidato dal nuovo presidente Gerry Adams (l’ex comandante della brigata di Belfast dell’IRA) Bobby Sands venne, anche, eletto deputato al parlamento di Westminster.
La notizia che un “terrorista” era diventato un parlamentare rappresentò un boccone troppo indigesto, anche per la Lady di ferro, e al contempo dimostrò che quel “terrorista” era il volto dell’Irlanda e che la Nazione irlandese si stringeva attorno ai suoi prigionieri politici.
Secoli di lotta contro la dominazione britannica avevano abituato gli irlandesi ad andare incontro alla morte anzitempo, anche quando la morte si presentava sotto le forme della casualità e della sfortunata coincidenza, come spesso accadeva nell’Irlanda del Nord. Bastava trovarsi nel posto sbagliato e nel momento sbagliato e poteva succedere di tutto all’improvviso: un’autobomba che esplodeva di fronte ad un pub, una raffica di mitra proveniente da una macchina in corsa, i colpi sparati da un cecchino inglese troppo nervoso o da uno sbirro della RUC troppo zelante. Ma l’andare incontro alla morte, come fecero gli hunger strikers, come se fosse un estremo atto d’amore nei confronti del proprio popolo e della propria Nazione, rappresentò una novità così sconvolgente da marcare la coscienza degli irlandesi in maniera indelebile.
Dopo 66 giorni di digiuno, Bobby Sands, morendo poneva fine al suo doloroso calvario.
A coloro che nei giorni precedenti il decesso, implorandolo, gli chiedevano di smettere, di interrompere la protesta Bobby Sands, serenamente, rispondeva: “Sorry, but I must die”, Scusatemi, ma io debbo morire. Il 5 maggio 1981 l’Irlanda repubblicana era in lutto, quella protestante in apprensione per quello che avrebbe potuto fare l’IRA.
Non era ancora tempo di vendette, quel momento sarebbe giunto, ma dopo i funerali.
Dopo Bobby Sands moriranno altri nove prigionieri che avevano iniziato a ruota lo sciopero della fame ad oltranza: Francis Hughes, Raymond Mac Creesh, Patsy O’Hara, Joe Mac Donnel, Martin Hurson, Kevin Lynch, Kievan Doherty, Seamua Mac Elwain e Micky Devine. Anche loro si immoleranno volontariamente sull’altare sacrificale della libertà irlandese e il numero dei “votati al martirio” sarebbe stato anche maggiore se, nel frattempo, non fosse giunto a Long Kesh l’ordine da parte del Comando dell’IRA di interrompere la protesta.
I funerali di Bobby Sands saranno solenni e imponenti, decine e decine di migliaia di irlandesi accompagneranno il feretro del combattente repubblicano, avvolto nella bandiera tricolore irlandese, nel suo ultimo viaggio verso il cimitero di Milltown, non mancherà neppure il picchetto armato d’onore dell’IRA.
I fucili dell’IRA spareranno a salve per rendere testimonianza e gratitudine al coraggioso volontario.
L’esercito britannico che in forze e a distanza presidiava la zona dovrà sopportare anche questo affronto.
“Bobby Sands, deputato al Parlamento, volontario dell’IRA, prigioniero politico di guerra, Requiescat in Pacem.”
Con i funerali di tutti e dieci hunger strikers si andava così chiudendo una delle pagine più gloriose della tormentata storia dell’eroico popolo irlandese. Dimenticare tutto questo, dimenticare il loro sacrificio sarebbe ingiusto nei confronti della Storia della Nazione irlandese, ma soprattutto sarebbe un’offesa alla nostra coscienza e alla loro memoria

Onore ai caduti dell’Esercito repubblicano irlandese!

Onore a Bobby Sands e ai martiri di Long Kesh!